Konrad Lorenz e le sue anatre
(Fonte: nyu28)
Come avevo già accennato il De Amicis nel suo “Costantinopoli” si dilunga alquanto sui cani della città:
E allora sarà anche sparita da Costantinopoli una delle sue curiosità più curiose, che sono i cani. Qui proprio voglio lasciar correre un po’ la penna perchè l’argomento lo merita. Costantinopoli è un immenso canile: tutti l’osservano appena arrivati. I cani costituiscono una seconda popolazione della città, meno numerosa, ma non meno strana della prima. Tutti sanno quanto i Turchi li amino e li proteggano. Non ho potuto sapere se lo facciano per il sentimento di carità che raccomanda il Corano anche verso le bestie; o perchè li credano, come certi uccelli, apportatori di fortuna, o perchè li amava il Profeta, o perchè ne parlano le loro sacre storie, o perchè, come altri pretende, Maometto il Conquistatore si conduceva dietro un folto stato maggiore canino che entrò trionfante con lui per la breccia di porta San Romano. Il fatto è che li hanno a cuore, che molti Turchi lasciano per testamento delle somme cospicue per la loro alimentazione, e che quando il sultano Abdul-Mejid li fece portar tutti nell’isola di Marmara, il popolo ne mormorò, e quando ritornarono, li ricevette a festa, e il Governo, per non provocar malumori, li lasciò in pace per sempre. Però, siccome il cane, secondo il Corano, è un animale immondo, e ogni turco, ospitandolo, crederebbe di contaminare la casa, così nessuno degli innumerevoli cani di Costantinopoli ha padrone. Formano tutti insieme una grande repubblica di vagabondi liberissimi, senza collare, senza nome, senza uffici, senza casa, senza leggi. Fanno tutto nella strada; vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini, e vi muoiono; e nessuno, almeno a Stambul, li disturba menomamente dalle loro occupazioni e dai loro riposi. Essi sono i padroni della via. Nelle nostre città è il cane che si scansa per lasciar passare i cavalli e la gente. Là è la gente, sono i cavalli, i cammelli, gli asini che fanno anche un lungo giro per non pestare i cani. Nei luoghi più frequentati di Stambul, quattro o cinque cani raggomitolati e addormentati proprio nel bel mezzo della strada, si fanno girare intorno per una mezza giornata tutta la popolazione d’un quartiere.
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A mala pena si scomodano quando, nelle strade piane, si vedono venire addosso una carrozza a tiro a quattro, che va come il vento, e non ha più tempo di deviare. Allora si alzano, ma non prima dell’ultimo momento, quando hanno le zampe dei cavalli a un filo dalla testa, e trasportano stentatamente la loro pigrizia quattro dita più lontano: lo strettissimo necessario per salvare la vita. La pigrizia è il tratto distintivo dei cani di Costantinopoli. Si accucciano in mezzo alle strade, cinque, sei, dieci in fila od in cerchio, arrotondati in maniera che non paion più bestie, ma mucchi di sterco, e lì dormono delle giornate intere, fra un viavai e uno strepito assordante, e non c’è nè acqua, nè sole, nè freddo che li riscuota. Quando nevica, rimangon sotto la neve; quando piove, restano immersi nella mota fin sopra la testa, tanto che poi, alzandosi, paiono cani sbozzati nella creta, e non ci si vede più nè occhi, nè orecchie, nè muso.
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Dormono quasi sempre nello stesso luogo. La popolazione canina di Costantinopoli è divisa per quartieri come la popolazione umana. Ogni quartiere, ogni strada è abitata, o piuttosto posseduta da un certo numero di cani, parenti ed amici, che non se ne allontanano mai, e non vi lasciano penetrare stranieri. Esercitano una specie di servizio di polizia. Hanno i loro corpi di guardia, i loro posti avanzati, le loro sentinelle fanno la ronda e le esplorazioni. Guai se un cane d’un altro quartiere, spinto dalla fame, s’arrischia nei possedimenti dei suoi vicini! Una frotta di cagnacci insatanassati gli piomba addosso, e se lo coglie, lo finisce; se non può coglierlo, lo insegue rabbiosamente fino ai confini del quartiere. Sino ai confini, non più in là; il paese nemico è quasi sempre rispettato e temuto. Non si può dare un’idea delle battaglie, dei sottosopra che seguono per un osso, per una bella, o per una violazione di territorio. Ogni momento si vede una frotta di cani stringersi furiosamente in un gruppo intricato e confuso, e sparire in un nuvolo di polvere, e lì urli e latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; poi la frotta si sparpaglia, e a traverso il polverìo diradato si vedono distese sul terreno le vittime della mischia. Amori, gelosie, duelli, sangue, gambe rotte e orecchie lacerate, son l’affare d’ogni momento. Alle volte se ne radunan tanti e fanno tali baldorie davanti a una bottega, che il bottegaio e i garzoni son costretti ad armarsi di stanghe e di seggiole e a fare una sortita militare in tutte le regole per sgombrare la strada; e allora si sentono risonar teste e schiene e pancie, e ululati che fanno venir giù l’aria.
Chiunque sia stato ad Atene non può non aver notato la moltitudine di cani randagi che vi si trova: intorno all’Acropoli, tra le viuzze di Plaka, sul selciato di Monastiraki, nell’istituzionalissima Syntagma, ovunque si scorgono corpaccioni pelosi stdraiati in pose indolenti.

Prima delle Olimpiadi del 2004 i numerosi randagi che circolavano per le vie di Atene sparirono improvvisamente, si temette un orrendo genocidio consumato per rendere alla città un volto “pulito” e rispettabile, fortunatamente la politica della municipalità fu più umana e accorta: trasportati in appositi centri, ripuliti e curati, sfamati e sterilizzati, furono rimessi in libertà con tanto di microchip e collare: blu per i maschi e rosso per le femmine. Sono oltre 2000 gli animali di cui si è occupato il comune, 400 quelli adottati dai cittadini.
L’esperimento è riuscito, i cagnoloni sembrano ben pasciuti e tranquilli, dei veri e propri cittadini ateniesi; la gente li tollera e li accetta, si prodiga nel fornirgli ciotole d’acqua e il finesettimana, quando i servizi municipali sono chiusi, si occupa di fornirgli il cibo.
Pare proprio una bella simbiosi, mi fa tornare in mente le parole con cui Konrad Lorenz descrive il rapporto tra uomo e cane nel paleolitico: i branchi di sciacalli che circondano i villaggi dell’uomo cibandosi dei suoi scarti e avvertendo del pericolo con i suoi ululati; oppure i cani paria dell’india… Mi fa venire in mente anche i cani di Costantinopoli raccontati dal De Amicis…
Georges Seurat, Sunday afternoon on the island of la grande jatte (1886)
Era il 1897 quando Jacques De Morgan, egittologo francese, pubblica i suoi studi sulla Necropoli di Saqqara. Nella mappa da lui disegnata due catacombe figurano col nome di “catacombe dei cani”, ma non se ne sa molto di più: gli studi seguenti si concentrano su altre zone del sito e soltanto dal 2009 un team congiunto dell’Egypt Exploration Society e della Cardiff University ha ripreso l’analisi dei cunicoli.

Si è stimato che nelle catacombe siano presenti circa otto milioni di esemplari, non solo cani veri e propri, ma anche resti di altri canidi, quali sciacalli, volpi e manguste egiziane. Gran parte dei resti appartengono a cuccioli che avevano solo poche ore di vita quando vennero mummificati. La mummificazione e la successiva collocazione nel sito sembra siano parte integrante del culto di Anubi, divinità preposta ai cimiteri e alla mummificazione, di cui sorge un Tempio nelle immediate vicinanze.
Mummificate alla buona e impilate una sull’altra a partire dal VI secolo a.C. fino alla fine del I secolo a.C., le carcasse si sono ormai deteriorate formando mucchi indistinti. “Non è facile identificare le singole mummie”, dice Paul Nicholson della Cardiff University. “Ci sono pile di mummie alte circa un metro che fiancheggiano i tunnel.
I mucchi di mummie di animali nei tunnel delle catacombe dei Cani testimoniano l’ardente desiderio degli antichi pellegrini egizi di essere ascoltati dalla divinità egizia Anubi. Secondo la dott.ssa Salima Ikhram, l’animale mummificato portava la preghiera ad Anubi, in una sorta di linea diretta con il divino. Data la forte presenza di esemplari che avevano poche ore di vita al momento della morte, non si esclude la possibilità che esistessero veri e propri allevamenti, atti a “produrre” cuccioli da destinare allo scopo. Secondo l’archeologa, inoltre, alcuni cani più anziani che potrebbero aver vissuto nel vicino tempio di Anubi potrebbero essere stati mummificati con più cura. “Forse potevano essere i sacri cani che rappresentavano Anubi sulla Terra”, ipotizza Ikram.
Dosso Dossi (Giovanni de’ Luteri), Maga Circe o Melissa, 1518-1520 ca.
Appena tornato da Atene… penso proprio che scriverò qualcosa sui “randagi” di questa città!
15 june 2011
(photo by Pascal Rossignol)
Michael Sowa, Their master’s voice
Francis Barraud, His Master’s Voice
In Paradiso si entra per favoritismo. Se si entrasse per merito, tu resteresti fuori ed il tuo cane entrerebbe al posto tuo. — Mark Twain